Stage da Tito D’Emilio: imparare fra i ricordi
Un tipo come lui… Una tipa come lei…
Lui geometra ABILITATO (ci tiene a precisare).
Lei una laurea, due master, DISOCCUPATA (ci tiene a precisare).
Due come loro non ci speravano. Non ci credevano neanche un po’.
Lui dai gusti mooolto sofisticati… Non è certo il tipo che si accontenta. Lui così fiero di essersi impossessato della poltrona girevole che era stata di suo padre, su cui per anni, da bambino, si era, clandestinamente, appollaiato per “girarci un po’ sopra”; lui che, avutala finalmente, ci si sentiva adulto pur non essendolo ancora: sognava di impartire ordini ai propri immaginari dipendenti, di ricevere telefonate di ministri e presidenti. Dopo ore di studio, esami, progetti, qualche centimetro e chiletto in più, ancora ci si accuccia sopra, come da bambino, per leggere il suo romanzo preferito.
Lei praticamente vissuta sopra un divano, adocchiato da sua madre ventenne, poi finalmente comprato da Tito D’Emilio. Lei che ci ha giocato, mangiato, letto, dormito, chiacchierato, litigato, guardato i suoi film preferiti, ascoltato musica e ballato sopra con la gatta e il cane per trent’anni prima di trovarsi sopra quell’immortale divano a leggere il risultato del test di gravidanza. Chi glielo avrebbe mai dovuto dire al signor Tito?!
Ma, mentre i loro sedici colleghi del corso di Interior design si piazzavano a destra e sinistra nei negozi di arredamento di Catania e provincia – quei pochi in verità che accettavano stagisti (quasi fossimo infetti!) -, quei due decisero di provarci: male che vada ci dicono no.
Perché da Tito D’Emilio? Lasciando stare i ricordi dove stanno, attaccati ai mobili, ad alcuni mobili, quelli che non sono di passaggio, quelli comprati non per riempire le stanze o per riporvi oggetti, quelli che già erano tuoi quando non erano tuoi, quando li vedevi in vetrina e non riuscivi, non potevi, ma volevi comprarli; quelli che hai atteso, risparmiando, quelli che la casa è completa di tutto, ma un posto vuoto, negli anni che ci sono voluti a comprarlo, glielo avevi sempre lasciato. Dicevamo bando ai ricordi…Ci si voleva provare ad andare dal signor Tito, perché lo stage – sì! – va bene, ma volevamo un posto dove imparare, un posto dove si impara anche solo guardando, anche solo muovendocisi dentro per qualche ora al giorno. Perché Tito D’Emilio non è un negozio di mobili. Se ne vendono mobili, sì, ma non è un negozio come gli altri. È un pezzo di questa città, una zona franca tra isola e mondo, tra passato e futuro, orgogliosamente immune dalle mode del momento. In un’isola come la Sicilia, il design è arrivato grazie al signor Tito: ne ha fatto scuola, ha portato nelle nostre case qualcosa di più di un mobile… un pizzico di bellezza. Ci ha fatto credere almeno per un attimo di abitare una “casa da rivista”.
Ebbene… Tito D’Emilio, senza scuse, cerimonie, giustificazioni varie, avrebbe potuto dirci no… eravamo preparati. Invece ci ha detto “Sì”!!!
Adesso abbiamo completato e possiamo dire che è stata una strana avventura.
Cominciamo:
Arredare una stanza da letto.
Beh… che ci vuole? Un letto, un armadio… Ma qui nessun letto è un letto, nessun armadio è un armadio. Ogni cosa può essere o così o in cento-altri così.
Tu come la vuoi? Boh… Formula “pacchetto completo”?
Se vuoi la camera Cassandra, Susanna o Carolina… Sei nel posto sbagliato.
Se vuoi una camera dove dorme qualcun altro, dove chiunque, facendo il “giro” dell’esposizione, può passarci dentro, guardare, toccare, beh… quella non è più la tua camera. Devi dirmi chi sei, come dormi, cosa sogni, come ti piace svegliarti, quanto tempo ci metti a scegliere un abito, se fai tante prove e non sei mai contento o sei un tipo ordinato… devi dirmi chi sei, non perché voglio farmi i fatti tuoi, ma perché come sei tu… Ci sei solo tu, e la stanza dove trascorrerai 1/3 della tua esistenza è, e deve essere, solo tua.
Morale della favola: invece di Cassandre, Susanne e Caroline a prezzo definito, appioppabili a chiunque, ci abbiamo messo quasi tre giorni interi a realizzare la nostra prima camera da letto. Ma che soddisfazione! (ndr – che in questo caso significa nota di Roberta – “Lui ha voluto la cabina armadio e ci ha messo un giorno in più. Sti uomini!”)
(Per questo contributo al blog, ringraziamo gli stagisti – Roberta Raciti e Giuseppe Christian Motta – di Harim | Accademia Euromediterranea, che sono stati da noi fino al termine dell’estate)


